
La "SlutWalk", tradotta in italiano con "marcia delle puttane", è arrivata anche in Italia, per la precisione a Roma, sabato 6 aprile. Il fenomeno delle Slutwalk, è bene ricordarlo, è nato a Toronto nell'aprile 2011, a seguto dell'indignazione provocata dall'affermazione di un poliziotto che ha consigliato alle partecipanti di un corso di autodifesa all'università di Toronto di non vestirsi da "tr....e" se volevano evitare di rimanere vittima di molestie o violenza a sfondo sessuale.
La frase di quel poliziotto non è purtroppo un caso isolato, ma l'ennesima manifestazione di come la cosiddetta “cultura dello stupro” sia profondamente radicata nell'immaginario comune, per cui si biasima sempre la vittima e si tenta invece di assolvere lo o gli assalitori.

Un anno fa, in seguito alla ripartenza del processo per lo stupro di gruppo ai danni di una minorenne a Montalto di Castro, noi di UcS proponevamo di organizzare tutte INSIEME un sit in con fiaccole e lumini per testimoniare il crimine più diffuso contro le donne. Oggi a distanza di quasi sei anni da quel funesto evento l’ordinanza emessa il 25 marzo dal Tribunale dei Minori, ci lascia senza parole. Il giudice ha permesso agli 8 “criminali”, poiché di questo di tratta, di conferirgli un periodo di prova che se avesse un buon esito porterebbe addirittura all’estinzione del reato.

Che il contrasto allo stereotipo femminile sia una questione su cui da più parti arriva il consenso è più che comprovato, anche l’Europa, con l’ultima risoluzione del 13 marzo scorso “Eliminare gli stereotipi di genere nell’UE”, lo sancisce per tutti gli Stati. Sul fronte della legislazione non serve altro, né legge, né aumento di penalità o sanzioni. Adesso la questione va spostata su un altro piano determinante, se si vuole dare una lettura delle forme che lo stereotipo femminile può assumere e le modalità delle sue rappresentazioni. Certo è materia controversa, ma per procedere è necessario mettersi d’accordo su alcuni aspetti che ci aiutano a individuare lo stereotipo che si abbatte sul corpo delle donne a volte inconsapevolmente. Serve un approccio linguistico e simbolico.

Da tanto tempo l'8 marzo – giornata internazionale della donna - costituiva per me un appuntamento importante perchè l'occasione di essere ascoltate almeno un giorno, non andava persa. Continuare a celebrare questa data, non mi sembra privo di valore. Nei giorni precedenti l'8 marzo, ricevo una mail d'invito ad un incontro nella città di Tivoli su un argomento che dalla mia età anagrafica non si può considerare più lontano. La curiosità, è stata la spinta a partecipare. Titolo: Diritto di scegliere: la maternità consapevole necessità di saperi, strumenti e confronti..
sottotitolo: Parleremo dei diritti legati alla maternità, di come e dove partorire il proprio figlio e dell'importanza del primo contatto tra mamma e neonato.
Ci sono state delle esperte che hanno illustrato con competenza gli itinerari possibili di un parto vissuto in tranquillità, in un ambiente amico.
Oggi quando si dice 50E50 tutti capiscono di che cosa si tratta e sanno che si parla di democrazia duale.
Tutti capiscono che non stiamo parlando di rappresentanza di genere, perché noi non vogliamo che le donne rappresentino le donne ma che le donne esercitino un diritto costituzionale: la possibilità di essere candidate ed eventualmente di farsi eleggere per rappresentare uomini e donne.
La libertà che abbiamo ereditato spesso ci porta a percepire il nostro corpo in modo ambiguo: a volte lo sentiamo potente perché pensiamo di poter scegliere cosa è meglio per noi senza pensare all’orologio biologico, a volte traditore perché violabile, perché diverso e quindi comunque soggetto ad un orologio biologico.
Parlare del lavoro significa saper leggere nei meccanismi e nelle scelte che determinano l’economia di un paese e noi non siamo delle economiste, ma l’esperienza politica ci aiuta a nominare quello che ci affligge quando ci troviamo a gestire insieme la nostra vita e un’occupazione.
Perché di questo ancora si tratta, di un doppio lavoro che tocca solo a noi ricomporre in una vita che abbia senso.
Abbiamo bisogno di confrontare le esperienze in presenza della fisicità, nostra e di altre.
Si rivela sempre più urgente capire cosa vogliamo farne della nostra indignazione di fronte alle cose che accadono e che ci coinvolgono, perché la vera domanda, quella che ci inquieta, riguarda l’attualità dell’agire politico. E per dare una risposta è necessario mettere i piedi nel nostro tempo, a partire dalla consapevolezza che stiamo spendendo l’eredità del femminismo.